La Cassazione Penale (sent. n. 30780/2025) ha confermato una sentenza della Corte d’Appello di Venezia che aveva dichiarato un padre colpevole del reato di maltrattamenti in famiglia per le frasi offensive e denigratorie reiteratamente rivolte alla figlia undicenne.

???? Non solo parole “pesanti”, ma veri e propri attacchi continui al suo aspetto fisico (“cicciona, fai schifo, susciti repulsione in me e in chi ti guarda”), manifestanti il disprezzo nutrito dal padre per le condizioni fisiche e le capacità relazioni della figlia, culminati anche in un episodio di violenza fisica.

???? La Suprema Corte ha chiarito che:

✔️integra il reato di maltrattamenti la condotta di reiterata denigrazione messe in atto da un padre nei confronti della figlia adolescente tali da arrecarle un clima di vita svilente e umiliante, anche in considerazione della particolare vulnerabilità della stessa (all’epoca dei fatti undicenne);

✔️non serve vivere insieme tutti i giorni: anche i continuativi contatti telefonici possono bastare a configurare il reato.

???? Perché è una sentenza che fa riflettere

Questa decisione ci ricorda che il reato di maltrattamenti non è integrato soltanto da condotte fisicamente violente: le parole, infatti, possono lasciare segni profondi, soprattutto se arrivano da un genitore nei confronti di un figlio/a che stia attraversando una fase particolarmente delicata quale quella della pubertà o dell’adolescenza.